Giampaolo Lallai, tra launeddas e cagliaritanità_di Paolo Fadda

Sono convinto che per comprendere appieno cosa sia, o cosa s’intenda per “cagliaritanità” (quel sentimento che unisce e affratella i cagliaritani doc), occorra leggere quest’antologia di scritti casteddaius di Giampaolo Lallai. Si tratta infatti di un’occasione ghiotta, assolutamente da non perdere. Unica, tra l’altro, perché in essi c’è tutto su fragu, il senteur direbbero i francesi mettendo insieme aromi reali e sensazioni virtuali, di questa nostra cara città affacciata sul più suggestivo e bel golfo del Mediterraneo, luogo prediletto dagli angeli.

È proprio di questo sentimento che intendo qui scrivere, ricordando l’amicizia, la simpatia, la riconoscenza e l’affetto che m’hanno legato al caro Giampaolo. Perché la cagliaritanità, ripeto, è un qualcosa che lega e affratella quanti di Cagliari riconoscono a fragu i suoi tesori e ne amano l’anima, che è poi quel suo essere qualcosa di più d’una città, d’essere cioè Patria per chi sappia intendere il significato vero di questo sostantivo ormai, purtroppo, divenuto desueto. Ma che, nella sua etimologia latina (terra dei padri), riporta a quel legame d’appartenenza al medesimo destino, legati indissolubilmente alle stesse memorie, alle stesse speranze, agli stessi affetti ed alle stesse aspirazioni.

Cagliaritanità dunque come vincolo d’appartenenza alla Città-Patria, sentita come luogo privilegiato da amare e, soprattutto, da rispettare come atto di riconoscenza a chi ci ha dato la vita. È poi questo il filo rosso che attraversa gli scritti con cui Giampaolo Lallai ha arricchito, mese dopo mese, anno dopo anno, le pagine de “Il Cagliaritano”, il bel periodico diretto, con tanta passione e non pochi sacrifici, da Giorgio Ariu.

Una cagliaritanità, riprendo, che qui trova la sua espressione più vera nella Lingua campidanese-cagliaritana (con la sua bella iniziale maiuscola, come pretende Lallai), che qui diviene sintassi, grammatica e vocabolario per dare vita ad un’epopea locale, minore certo rispetto, che so, al kalevala delle glorie finniche, ma per me, per noi cagliaritani, assai cara. 

Perché quella parlata casteddaia, quel fueddai ed iscriri secondo una Lingua che è anch’essa nostra Madre, rappresenta un po’ il brand, il marchio di fabbrica di quella cagliaritanità, divenuta, in Lallai, una straordinaria musa ispiratrice dei suoi scritti. C’è dunque, in quest’antologia, un’immagine straordinaria della città, di questa Cagliari che andrebbe sempre meglio descritta a fund’in susu, nelle sue mille e mille contraddizioni, nelle sue straordinarie bellezze ed anche nelle sue tante incongruenze. 

E in questi scritti la cagliaritanità non è, come purtroppo talvolta la s’intende, un valore del passato, quasi una madeleine proustiana, ma è, al contrario, un sentimento dinamico, poiché per Cagliari, come per ogn’altra città, l’oggi è diverso dall’ieri, ed ogni giorno che passa i valori del vivere quotidiano, come della cultura e dell’economia, sono diversi da quelli dell’ieri. E così sarà anche per domani e domani l’altro. Per cui, esemplifichiamo, nel grande ex convento in su stradoni, il viale Regina Margherita d’oggi, si sarebbe passati (o si starebbe passando) da is sigarrus a sa cultura, come ci racconta proprio Lallai, descrivendo la metamorfosi de sa manifattura. 

Certo, alcuni vocaboli, nella parlata comune, sono destinati a rimanere intangibili, più resistenti del tempo, per cui, ad esempio, continuo a chiamare, come mia nonna e mia madre, palaja la sogliola, gabellottu il tabacchino, luppu il dentice, jajo il nonno e lissa il muggine. Secondo un vocabolario locale, ma d’ascendenze forestiere (almeno così dicono gli esperti), rimasto nella memoria di casa. Quasi che in quei termini si possano ritrovare i valori d’un tempo perduto. Ma, purtroppo, sono sempre meno quanti si sanno esprimere, a voce o con la penna, nell’idioma che è, e rimane, simbolo e vincolo della nostra identità di popolo.  

Per questo, anch’io, che con quella Lingua-Madre, purtroppo, non ho mantenuto molta dimestichezza, ho sempre ammirato (ed anche invidiato) l’amico Giampaolo per quel suo esprimere la sua appartenenza alla Città-Patria con una scrittura, nella lingua materna, coinvolgente, in un certo senso poetica e soprattutto ricca di straordinarie valenze sentimentali. Eppure, sono come lui un culu sfustu, in quanto nato ed allevato nel quartiere de La Marina, dove la vita si svolgeva più in is arrugas che nelle case, e la parlata più diffusa era poi quella casteddaia, magari con qualche mescolanza seddorese o maurreddina, per via delle tante immigrazioni ricevute dalla città. 

Ecco, l’uso di quella Lingua-Madre è certamente il simbolo più rilevante ed importante dell’identità e della cultura d’un popolo, come ha scritto, acutamente, l’amico Giampaolo, e nella cagliaritanità assume quindi una valenza doppia, perché unisce passato e presente, storia remota e aspirazioni future in un connubio straordinario. Leggete, per credere e per sottoscriverne il giudizio, alcuni scritti di quest’antologia, ad esempio, questi: “su fastiggiu de una borta e cussu de oi” (a pagina 56), oppure “su famini a genugu e sart’ ’e s’arrangiai” (a pagina 70) ed ancora “su mercau, sa brent’ ’e Casteddu” (a pagina 276). 

D’altra parte, sarà sempre Cagliari, con i suoi abitanti e le loro storie e manie, ad esserne protagonista. Perché proprio questa città ha rappresentato, tra l’altro, il legame, così intenso ed amato, della nostra amicizia, nata attorno alle iniziative editoriali di Giorgio Ariu. Facendomi andare oltre la stima che, da direttore di un periodico, dal titolo “Agricoltura Informazioni” ed edito tra gli anni ’70 ed ’80 dal Banco di Sardegna, avevo maturato per lui, come autorevole collaboratore che, mensilmente, scriveva, con grande perizia, sulle iniziative regionali per il mondo rurale.

Su Cagliari, tra l’altro, si condividevano molti giudizi, tanto da lamentarci insieme del suo declino, di quell’appannarsi del suo fascino a causa dell’imbarbarimento (insieme lo si definiva biddaio) di troppi suoi consoli. Perché questa Città-Patria è stato il nostro comune grande amore, e ad essa, ed al suo auspicato ed atteso renewal, si è dedicato tanto tempo e molta passione. Soprattutto ed innanzitutto da parte sua, che in quell’amore ed in quella disponibilità mi sopravanzava di netto.

S’aveva tanta nostalgia per quella “great generation” (dei Bacaredda, dei Cocco Ortu, degli Endrich e dei Crespellani) che aveva fatto grande la città e s’auspicava, insieme, che le nuove élite cittadine trovassero nella cultura della cagliaritanità (in quel mix di sentimenti, di amori, di conoscenze e di saperi) quel quid necessario perché la città si rimettesse en marche, come avvenuto in passato. S’auspicava quindi, che i cagliaritani del terzo millennio – quelli che lo avrebbero vissuto da contemporanei e non da reduci del secondo – riscoprissero quei valori antichi, perché Cagliari potesse ritrovare tutte le sue eccellenze e ne facesse simbolo e vanto del suo ruolo storico d’essere la capitale dell’isola dei sardi.

 Certo, non si può, di certo, né si deve, rimanere prigionieri del passato o schiavi di quei ricordi. Ma è proprio quel passato che deve servire, con i suoi valori, a forgiare il presente ed a programmare il futuro. Ecco, il senso di quest’antologia, per quel che contiene e, soprattutto, per il messaggio che ci riconsegna, sta tutto in questa morale: perché Cagliari non perda, per i suoi abitanti, la consapevolezza e la volontà di dover essere per loro Madre e Patria, cioè luogo da amare, da onorare e da difendere dalle ingiurie del tempo e dai danni delle dimenticanze. 

Come cagliaritano doc, credo di dovere, come conclusione, un profondo e sentito grazie a Giampaolo Lallai per questo straordinario dono che m’ha ancor più inorgoglito per essergli stato sincero amico ed ammiratore convinto (chiedendo anche venia, aggiungo, per averlo talvolta invidiato per il suo abile scrivere nella nostra comune Lingua-Madre). 

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